L’amore del denaro che esiste dietro gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana

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Questa è una parte del mio libro ‘La Chiesa Cattolica Romana’ (anno 1998) dove parlo dell’amore del denaro che esiste dietro gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana.

E’ scritto che “l’amor del danaro é radice d’ogni sorta di mali” (1 Tim. 6:10), ed uno di questi mali che scaturisce da esso è appunto l’eresia. L’apostolo Paolo parlando a Tito di alcuni della circoncisione che lui ha definito ribelli, cianciatori e seduttori di menti scrisse così: “Sovvertono le case intere, insegnando cose che non dovrebbero, per amor di disonesto guadagno” (Tito 1:11). Una cosa simile possiamo dirla di coloro che tengono nelle loro mani le redini della chiesa romana, perché essi sovvertono il mondo intero insegnando cose che non dovrebbero per amore di disonesto guadagno. La chiesa romana nel corso del tempo ha introdotto ogni sorta di eresie per amore di disonesto guadagno, infatti se si va a vedere da vicino l’insegnamento relativo al primato del papa, alla canonizzazione dei santi, alle messe per i morti, al purgatorio, alle reliquie, alle indulgenze, al potere di sciogliere e legare, ed ad altre cose ci si accorge che essi sono serviti e servono al papato per arricchirsi oltremodo.
Cominciamo con l’insegnamento della supremazia del vescovo di Roma sulla Chiesa universale. Proclamandosi capo universale della Chiesa il cosiddetto papa ha accentrato su di sé tutto il potere, stabilisce per il mondo i vescovi che a lui piacciono i quali giurano ‘di mantenere, difendere, accrescere e favorire i diritti, gli onori, i privilegi e l’autorità del loro signore, il papa’. E questo giuramento comprende anche il dovere di contribuire ‘a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale’ (Codice di diritto canonico, can. 1271). E difatti i vescovi (e gli arcivescovi) pagano al papa delle tasse in occasione della visita ad limina (cfr. Fausto Salvoni, Da Pietro al Papato, Genova 1970, pag. 365).
Vediamo adesso l’insegnamento sulla canonizzazione dei santi (che si fonda sull’errato significato che essi danno al termine santo e su un’inesistente potere del papa di fare santi alcuni dopo morti). Basta che i Cattolici paghino grandi somme di denaro al papa per ottenere la canonizzazione di qualcuno morto in odore di santità [1] (la canonizzazione è preceduta dalla beatificazione che costa anch’essa parecchi soldi). D’altronde la sapienza dice che “il danaro risponde a tutto” (Eccl. 10:19) e che “i regali che uno fa gli apron la strada e gli danno adito ai grandi” (Prov. 18:16). Che c’é da meravigliarsi quindi se coloro che hanno grosse disponibilità finanziarie riescono ad ottenere certi ‘privilegi’ (quello di avere un ‘santo’ nella propria famiglia, o nella propria diocesi o parrocchia) dal papa? Certo, per fare santo qualcuno occorre anche che egli sia stato una sorta di eroe spirituale durante la sua vita, e che i suoi insegnamenti siano stati integri dal punto di vista cattolico, e che egli faccia almeno quattro miracoli dopo morto (due per essere beatificato, e altri due dopo la beatificazione per essere fatto santo). Ma su queste cose non ci sono grossi problemi perché la curia romana sa come fare quadrare tutto quando ci sono di mezzo grosse somme di denaro da intascare.
Veniamo ora all’insegnamento sulla messa e sul suffragio. Se un Cattolico vuole alleviare le anime dei suoi defunti dalle pene che essi soffrono nel cosiddetto purgatorio o vuole liberare le anime dei suoi defunti dal purgatorio deve fare dire la messa per i morti che ha un prezzo (anche se il suo prezzo è presentato come libera offerta [2]). Quindi, basta che paga ed otterrà queste grazie per i suoi morti. La messa quindi è una fonte di disonesto guadagno per la curia romana. Quello che bisogna osservare a riguardo della messa per i morti è questo: che Cristo per offrire se stesso sulla croce del Calvario non richiese nessuna offerta da parte di nessuno, mentre il prete, che si fa passare per sacerdote di Dio, per offrire il presunto corpo ed il sangue di Cristo (l’ostia) in sacrificio propiziatorio per i Cattolici che stanno nel cosiddetto purgatorio si fa pagare. Essi dunque profanano doppiamente il sacrificio di Cristo; prima pensando di ripeterlo e poi facendosi pagare per esso. O Cattolici ma non vi rendete conto che ai preti importano solo i vostri soldi?
Per ciò che concerne l’insegnamento sulla venerazione delle reliquie esso è una fonte di grandi ricchezze per il papato perché ai Cattolici viene detto che in quel santuario o in quell’altro ci sono o il corpo o le parti del corpo di quello o di quell’altro ‘santo’ o degli oggetti che erano di quello o di quell’altro santo e che andandovi a visitarle possono ottenere benefici da Dio, ed essi, ingannati, vi si recano con la speranza di ottenere qualche grazia per mezzo delle reliquie. E così i sovrintendenti di questi santuari si arricchiscono oltre modo vendendo alle persone ogni sorta di oggetto che ricorda quel santuario o la reliquia del ‘santo’ e ricevendo le offerte votive che essi fanno al ‘santo’. E dove vanno a finire infine tutti questi introiti? Nelle casse papali [3].
E diciamo pure qualcosa sulla dottrina che dice che il papa ha il potere di sciogliere quello che vuole in virtù delle chiavi ricevute da Cristo. In virtù di questa dottrina, il papa, quantunque dice di ritenere il matrimonio indissolubile, ritiene di avere la potestà di sciogliere il matrimonio (vedi il matrimonio.). Ma lo scioglie facendosi pagare, infatti se uno vuole divorziare e risposarsi deve andare alla ‘Sacra Rota’ (o meglio ad uno dei Tribunali ecclesiastici regionali) e pagare. E considerando che ogni anno per il mondo egli scioglie migliaia di matrimoni il papato incassa parecchi soldi. Ma il papa non dà solo il permesso di divorziare e risposarsi ma anche il permesso (naturalmente anche questo a pagamento) che permette di non osservare certi precetti della chiesa il quale è chiamato dispensa. Secondo il Codice di diritto canonico infatti la dispensa è ‘l’esonero dall’osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso particolare’ (Codice di diritto canonico, can. 85). Per esempio c’è la dispensa che autorizza ad astenersi dal digiuno, quella che autorizza a lavorare in certe feste di precetto e quelle matrimoniali che permettono di contrarre matrimonio quantunque ci siano degli impedimenti impedienti [4]. A proposito del lato finanziario di queste dispense ecco cosa dice l’Enciclopedia Cattolica: ‘Per le dispense matrimoniali si segue un sistema di tassazione tradizionale. Si fa così distinzione fra ricchi e poveri, si distinguono cioè quelli che possiedono o guadagnano fino ad un determinato limite, da quelli che lo superano. Per i poveri è stabilita una tassa minima variabile con l’impedimento (i miserabili pagano solo le spese) per i ricchi invece ha luogo la componenda. Questa è una cifra stabilita caso per caso dalla S. Sede in seguito alla indicazione della possidenza personale degli sposi e dei loro introiti. La percentuale varia anche qui con la diversità e la gravità degli impedimenti’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 7, 1050). Chi può negare davanti a queste cose che la dottrina sullo sciogliere e sul legare è fonte di disonesto guadagno per il papato? Faccio notare a proposito delle dispense che sono veramente un inganno nei confronti dei Cattolici, perché da un lato la curia romana gli fa credere che la Chiesa ha l’autorità da parte di Dio di formulare precetti e di farli osservare ai suoi fedeli e poi gli da pure l’opportunità di infrangerli. Da ciò si deduce che se quei precetti si possono infrangere con il suo beneplacito essi non valgono nulla ai loro occhi, ma sono solo delle restrizioni che hanno introdotto solo con lo scopo di togliere denaro alle persone.
Analizziamo ora l’insegnamento sulle indulgenze perché anch’esse sono state e sono fonte di grande guadagno per il papato. L’indulgenza plenaria – secondo l’insegnamento papale – è la remissione di tutta la pena temporanea dovuta per i peccati, il che significa che coloro che la prendono (se muoiono subito dopo) se ne vanno subito in paradiso senza passare dal Purgatorio perché non gli rimangono più pene per i peccati da scontare nell’aldilà! Che bisogna fare per acquistarla? Occorre compiere l’opera indulgenziata, la confessione, la comunione e recitare la preghiera secondo le intenzioni del papa dei Cattolici romani. L’opera indulgenziata talvolta è la visita a determinate basiliche o luoghi di pellegrinaggio, il che equivale a dire di portare offerte là dove si è diretti. E così le casse papali si riempiono di denaro. Le indulgenze vengono acquistate dai Cattolici romani anche a pro dei loro morti, perché le indulgenze sono parte di quei suffragi che i Cattolici sono invitati a compiere a pro delle anime che si trovano nel Purgatorio. A che servono quelle indulgenze a pro dei morti? Ad alleviare le loro pene e ad affrettarne la loro uscita dal purgatorio! Nel passato le indulgenze plenarie furono (ma ribadiamo lo sono tuttora; basta pensare alle ingenti somme di denaro che entrano nelle casse papali durante ogni Giubileo) un grande affare finanziario per il papato perché di esse si servirono papi avidi di disonesto guadagno per arricchirsi oltremodo. Lasciamo la parola ad uno storico cattolico di nome Ludovico Von Pastor a riguardo: ‘Per l’acquisto dell’indulgenza, che i viventi intendevano guadagnare per sé, fu sempre richiesta, oltre alla visita della chiesa ed al contributo in denaro la confessione (…) compiuta la confessione, naturale presupposto all’acquisto dell’indulgenza, i fedeli dovevano mettere nel ceppo delle elemosine una somma di denaro rispondente alle loro condizioni finanziarie. Quest’oblazione a scopi pii, che era accessoria (…) divenne ora il vero motivo per cui si chiedevano e venivano concesse indulgenze. Come quasi tutti gli inconvenienti di cui soffrì la Chiesa alla fine del medioevo, anche l’abuso dell’indulgenza risale in gran parte al tempo dello scisma d’Occidente. Al fine di potersi sostenere contro il papato francese, Bonifacio IX, anche altrimenti non schifiltoso nei mezzi per colmare la cassa della Camera apostolica, in numero straordinariamente alto concesse indulgenze allo scopo confessato di ottenere per tale via del denaro (…) L’indulgenza andò sempre più prendendo la forma d’un affare finanziario’ (Ludovico Von Pastor, Storia dei Papi, vol. IV, Roma 1908, pag. 216, 218, 219). Per quanto riguarda la predicazione sulle indulgenze per i morti fatta da Tetzel ai giorni di Leone X in Germania il Pastor dice che ‘Tetzel realmente ha predicato essere dogma cristiano, che per acquistare l’indulgenza a favore dei morti occorreva soltanto l’oblazione in denaro, non dolore e confessione (..) non può soggiacere ad alcun dubbio che, quanto alla sostanza almeno, egli, partendo da questo presupposto, abbia predicato la massima drastica: ‘tosto che il denaro suona nella cassetta, l’anima balza fuori del purgatorio’ (Ludovico Von Pastor, op. cit., pag. 225). A proposito del fatto che Leone X (1513-1521) approvò la vendita delle indulgenze per raccogliere il denaro necessario alla costruzione dell’attuale ‘basilica di san Pietro’, il Pastor riferisce che ‘non ostante il suo attaccamento alla Santa Sede il rigido cardinale Ximenes espresse il suo malcontento per l’indulgenza concessa da Leone X a favore della basilica di S. Pietro’ (ibid., pag. 221) [5].
Quindi, come si può ben vedere, sia il papato che tutti coloro che sono sotto la sua scia hanno avuto sempre grandi interessi finanziari nell’annunziare queste dottrine malefiche al popolo (canonizzazione, purgatorio, indulgenze, messa, ecc.). Perché dunque meravigliarsi di questo loro attaccamento a questi loro dogmi di fede che non hanno nulla a che fare con la verità, quando si sa che essi sono fonte di ricchezza sia per la sede centrale di Roma che per tutte le sue succursali sparse per il mondo? Se dovessero rinunciare a queste loro dottrine di conseguenza dovrebbero rinunciare a tanti e tanti soldi perché scomparirebbero le loro miniere da cui attingono le loro ricchezze; ma il fatto è che essi non hanno nessuna intenzione di rinunciare ad esse perché sono cupidi di disonesto guadagno. Sono disposti a fare di tutto per saziare la loro cupidigia; lo hanno dimostrato abbondantemente durante i secoli. Non abbiamo bisogno di ulteriori prove, come se quelle che ci sono fossero insufficienti. Ma essi, oltre ad arricchire loro stessi, fanno arricchire molti perché procurano un gran guadagno a molti e molti artigiani sparsi un pò per tutto il mondo; molti orafi si arricchiscono facendo per i Cattolici medaglie e medaglioni di tutti i generi, molti scultori si arricchiscono costruendo per il Vaticano le statue; molti pittori si arricchiscono dipingendo per loro; molti negozi si arricchiscono vendendo ogni sorta di mercanzia che ha a che fare con reliquie, santuari, Maria, con il rosario, con i crocifissi, con le cosiddette immagini sacre, e con miriadi di altri cose. A tale proposito un paragone appropriato va fatto: come quel Demetrio orefice, che faceva dei tempietti di Diana in argento, procurava non piccol guadagno agli artigiani, così ora il papato procura non piccol guadagno a tutti coloro che lavorano per lui in una maniera o nell’altra. Questa è una delle ragioni per cui noi figliuoli di Dio siamo in avversione ed abominio al papato ed a coloro che sono in rapporti economici con esso, perché riprovando le sue eresie su Maria, l’eresia del purgatorio e quella delle indulgenze e la sua dottrina sulle statue e sulle immagini e tutte le sue secolari invenzioni dottrinali noi ci opponiamo automaticamente anche ai suoi enormi interessi finanziari e a quelli di tante industrie e artigiani e editori e tipografi e tanti altri. Quello che emerge infatti, studiando le dottrine cattoliche e le pratiche devozionali che sono ad esse collegate, è che dietro di esse si annidano enormi interessi finanziari di cui noi abbiamo soltanto una pallida idea. In altre parole ci troviamo davanti ad un gigantesco impero finanziario ed economico, camuffato da Chiesa di Dio, che attinge i suoi capitali da quell’enorme numero di eresie e di superstizioni che costituiscono la tradizione cattolica romana.

Note:

[1] Francesco Di Silvestri-Falconieri (membro di una Chiesa evangelica del suo tempo) racconta a proposito della canonizzazione della sua lontana parente Giuliana Falconieri (1270-1341), donna che durante la sua vita portava catene ai lombi (che erano così strette che finirono col penetrargli nella carne e non le si poterono più levare), funicelle alle gambe e alle braccia, dormiva sulla terra nuda e al più sopra una stoia e recitava l’ave Maria mille volte al giorno, racconta dico che all’inizio del XVIII secolo Giuliana cominciò a fare miracoli e Benedetto XIII la beatificò nel 1729. La santificazione avvenne pochi anni dopo. Racconta il Di Silvestri: ‘La santificazione non si fece attendere molto: Alessandro Falconieri, cardinal diacono del titolo di santa Maria della Scala, personaggio influentissimo in Conclave, fece radunare i voti della maggior parte dei cardinali sul suo vecchio cugino Lorenzo Corsini, che divenne papa col nome di Clemente XII, a condizione ch’egli canonizzasse santa Giuliana; e difatti, il 16 giugno del 1737, si celebrò dal pontefice la solenne cerimonia in san Pietro, alla presenza d’Orazio II Falconieri , figlio di Mario e nuovo capo della famiglia e del cardinale Alessandro’ (Francesco Di Silvestri-Falconieri, I due santi di casa Falconieri, Roma 1914, pag. 15). Ecco un chiaro esempio dunque di quali intrighi ed interessi si nascondono dietro le canonizzazioni.
[2] Il Codice di diritto canonico afferma che ‘è lecito ad ogni sacerdote che celebra la Messa, ricevere l’offerta data affinché applichi la Messa secondo una determinata intenzione’ (can. 945 §1.) e che ‘è vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta’ (can. 945 §2.). E’ evidente che i legislatori di questo nuovo codice hanno cercato con queste parole di fare apparire che la messa non è in vendita. Nella realtà però la messa è in vendita, e coloro che le fanno dire lo sanno molto bene perché senza soldi non c’è messa. C’è un vero e proprio mercato attorno alla messa.
[3] L’abate Muratori, nella sua 67 Dissertazione intitolata Delle maniere colle quali anticamente le chiese, i canonici, i monasteri ed altre università religiose acquistarono, o si procacciarono gran copia di ricchezze e comodi terreni, enumera tredici maniere. La decima dice: ‘Invase in alcune parti d’Italia, e forse anche in tutte, una opinione, che ognuno riconoscerà per un gran veicolo a sempre più arricchir le chiese e i monasteri. Cioè, fu predicata ed inculcata come efficacissima via di guadagnar la grazia di Dio in terra, ed il suo beatissimo regno nell’altra vita, la pia munificenza dei Fedeli verso i luoghi sacri. Perciò così sovente s’incontra nelle vecchie carte la seguente formola comunemente usata dai notai: Chiunque dei beni suoi donerà cosa ai santi e venerabili luoghi, giusta la parola del Salvatore, ne riceverà il centuplo in questo secolo; dippiù, e che maggior cosa è, possederà la vita eterna… Inbevuti adunque di tale opinione nei vecchi tempi i Fedeli, non è da stupire se facevano a gara per caricar di nuovi doni i sacri templi e i monasteri: e se all’udir tante lodi della limosina verso sanctis et venerabilibus locis, ogni dì più crescesse la loro liberalità verso di essi. Ma non si vuol già dissimulare che gli ecclesiastici d’allora facendo sonar questa opinione per tirare a sé la roba altrui, si abusavano non poco della Religione, essendo falsissimo, come dissi, che il divin nostro Maestro abbia applicato tanto di merito alle donazioni fatte ai luoghi sacri. Era questo merito solamente fondato nella ingordigia di chi esortava e consigliava di esser liberale verso le chiese, senza ricordarsi dei poverelli, dei quali soli parla il Salvatore’. A distanza di secoli dunque le cose non sono sostanzialmente cambiate in seno alla chiesa cattolica romana perché ai Cattolici vengono tuttora promessi ogni sorta di benefici materiali e spirituali se daranno denaro a questa o quell’altra istituzione cattolica, che poco importa se è un santuario, un istituto religioso, un monastero, o una basilica.
[4] Secondo la chiesa cattolica questi impedimenti sono quelli che non permettono di contrarre il matrimonio ossia che lo rendono illecito. Tra di essi ci sono quello del voto semplice di castità, della disparità di culto, e della consanguineità in terzo grado di linea collaterale. Questi sono impedimenti di diritto ecclesiastico, ma il papa in virtù del suo potere di legare e sciogliere può persino dispensare da quelli di diritto divino. Ecco cosa si legge in Corso di Diritto Canonico II: ‘Ciò risolve l’altro problema se il Romano Pontefice possa dispensare dagli impedimenti di Diritto divino positivo. Tutti gli autori sono assolutamente dell’avviso che il Papa lo possa fare in virtù della sua potestà vicaria. (…) Il principio su cui si basa tale facoltà è il potere di ‘legare e sciogliere’, cui bisogna riconoscere la massima ampiezza ed efficacia finché non si provi che è stato limitato’ (op. cit., pag. 40), ed ancora: ‘La dispensa, invece, dall’impedimento di consanguineità in secondo grado mescolato col primo, ossia fra zii e nipoti, è riservata alla Santa Sede; perché sia concessa, sono richieste ragioni più gravi’ (ibid., pag. 60). Faccio presente a riguardo del permettere un matrimonio tra zii e nipoti che questo significa andare contro la Parola di Dio che afferma: “Non scoprirai la nudità della sorella di tua madre o della sorella di tuo padre; chi lo fa scopre la sua stretta parente; ambedue porteranno la pena della loro iniquità” (Lev. 20:19). Quindi, questa cosiddetta santa sede permettendo simili unioni permette a taluni di trasgredire la legge di Dio facendogli credere che il papa può dispensarli pure dalla legge di Dio. Anche essa dunque porterà la pena della sua iniquità; siatene certi.
[5] E dato che siamo in tema vogliamo ricordare anche queste altre cose del passato per fare comprendere come la chiesa romana si è arricchita in maniera disonesta facendo leva su insegnamenti falsi. Ci fu un periodo della storia della chiesa romana nel quale dei preti adottarono Il canone penitenziale di Teodoro nel quale erano annoverati tutti i peccati che questo arcivescovo aveva potuto immaginare; essi vi erano messi a modo di indice e a ciascuno d’essi era applicata una penitenza piuttosto grave (ricordiamo che le opere penitenziali per i Cattolici consistono in digiuni ed in pene corporali). Così quando i ‘laici’ andavano a confessare i loro peccati dai preti (ancora la confessione obbligatoria non era stata istituita) per sapere quanta penitenza essi dovevano fare, il prete traeva il suo penitenziale, calcolava il numero dei peccati e tirava la somma delle penitenze che per un peccatore comune ascendevano a molti anni. Il ‘laico’ si spaventava, ma il prete lo tranquillizzava perché gli faceva sapere che esisteva la maniera per riscattare le penitenze con denaro sia per i poveri che per i ricchi. Per esempio, un giorno di penitenza, un ricco lo riscattava con tre denari mentre un povero con uno. In quel periodo è stato riscontrato che un denaro equivaleva al mantenimento di un giorno di tre uomini. E così avvenne che sorse la concorrenza dei monasteri e delle chiese che cominciarono ad offrire la remissione della penitenza a minore prezzo per farsi più clienti (queste cose le ha raccontate l’abate Ludovico Muratori nella sessantottesima dissertazione delle Antichità Italiane, dal titolo: ‘Della redenzione dei peccati, per cui molti beni calarono una volta nei sacri luoghi’). Ancora più sfacciata fu la vendita del perdono dei peccati che inventò Giovanni XXII (1316 – 1334). Questo papa, che a dire degli storici cattolici era molto avido di denaro, pubblicò la Tassa della Cancelleria Apostolica, un libro in cui i peccati, che erano in numero di 610, venivano rimessi dai confessori dietro il pagamento di una precisa somma di denaro stabilita per ogni peccato. Così l’incestuoso, l’adultero, il fornicatore, il ladro, l’omicida, il sodomita, il bugiardo potevano ottenere l’assoluzione dei loro misfatti soltanto pagando la relativa somma prescritta! E questa tassazione fu molto redditizia perché quando Giovanni XXII morì, le casse papali erano stracolme di denaro; il tesoro lasciato da questo papa ammontava infatti a 25 milioni di fiorini d’oro.

Chi ha orecchi da udire, oda

Giacinto Butindaro

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