Sui rapporti tra mafia e massoneria … affinché la Chiesa sappia!

Ecco un parte della «RELAZIONE SULLE INFILTRAZIONI DI COSA NOSTRA E DELLA ‘NDRANGHETA NELLA MASSONERIA IN SICILIA E CALABRIA» redatta dalla Commissione parlamentare Antimafia (21 dicembre 2017, pag. 11-17 – fonte: Camera) che ritengo voi fratelli dobbiate conoscere e fare conoscere, perché essendo stato appurato dalle autorità che esistono delle relazioni tra mafia e massoneria – infatti la Presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, il 22 dicembre 2017, durante una conferenza stampa, ha affermato che l’analisi condotta dalla Commissione non «consente di affermare che mafia e massoneria sono un unicum ma che tra le due organizzazioni, cosa nostra siciliana e ‘ndrangheta calabrese e le quattro obbedienze che abbiamo preso in esame [n.d.r. GOI, GLRI, GLI, SGLI], ci sono sicuramente delle relazioni» (http://webtv.camera.it/evento/12457, min. 18:20-45) – e noi sappiamo che la massoneria è presente in maniera massiccia nelle denominazioni evangeliche, è evidente che la mafia è entrata anche nelle denominazioni evangeliche tramite appunto la massoneria (infatti si sente oltre che odore di massoneria anche odore di mafia), denominazioni che d’altronde avendo accettato il diabolico motto «il fine giustifica i mezzi» – e questo è noto perché sono disposte a fare il male onde ne venga il bene, rigettando così i comandamenti del nostro Signore Gesù Cristo – accolgono volentieri l’aiuto che offre loro non solo la massoneria ma anche la mafia. Torno a dirvelo, fratelli che frequentate ancora Chiese appartenenti alle denominazioni evangeliche, uscite e separatevi da esse, perché sono controllate e dirette dalla massoneria che è certo ha delle relazioni con la mafia!

Nota: Le sigle GOI, GLRI, GLI, SGLI stanno per il Grande Oriente d’Italia – Palazzo Giustiniani (GOI); la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI); la Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori (GLI) e la Serenissima Gran Loggia d’Italia – Ordine Generale degli Antichi Liberi Accettati Muratori (SGLI o “ Serenissima” )

Giacinto Butindaro

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Brevi cenni sui rapporti tra mafia e massoneria

I rapporti fra massoneria e mafia sono stati oggetto di interesse e approfondimento dei lavori di precedenti Commissioni parlamentari di inchiesta, nonché di procedimenti penali, anche recenti, condotti da uffici requirenti in diverse regioni del territorio nazionale.
Ancorché, a oggi, le indagini giudiziarie non siano mai giunte a far stato di cosa giudicata circa una relazione stabile e continuativa tra associazioni massoniche e consorterie mafiose, il quadro complessivo che se ne ricava attesta, in ogni caso, una pericolosa e preoccupante contiguità in presenza di determinate contingenze storiche o con riferimento alla conclusione di singoli affari di particolare rilevanza economica.
Non va, peraltro, dimenticato che il limite dell’accertamento giudiziario, diretto a verificare e punire fatti integranti fattispecie di reato (per di più nel caso di specie, nell’ottica dell’art. 416-bis c.p.), non si presti sempre ad essere uno strumento idoneo per rilevare tali connessioni, lì ove l’appartenenza alla massoneria in sé – fuori dai casi in cui non ci si imbatta in singoli comportamenti delinquenziali di sostegno o fiancheggiamento alle organizzazione mafiose, o nell’adesione alle associazioni segrete vietate dalla “legge Spadolini” – si presenti come pienamente lecita e legittima. Non forse a caso già negli anni ’80 del secolo scorso, in seno all’indagine sulla P2, l’allora giudice istruttore Giovanni Turone coniò l’espressione “ masso-mafia”.
Nel trattare dei rapporti tra mafia e massoneria, non si può prescindere dal dato che in Italia, in quanto territorio tristemente e storicamente contraddistinto dall’operare di organizzazioni mafiose, la presenza di forme di associazionismo, in sé pienamente lecite, ove strutturate sul vincolo della estrema riservatezza, possano prestare il fianco a forme di infiltrazione da parte di quelle organizzazioni criminali che intravedono in detti contesti associativi occasioni ed opportunità per perseguire i loro interessi.
Se da un lato, per i limiti e le difficoltà sopra accennate, non è del tutto comprovata sul piano giudiziario l’esistenza di forme di direzione unitaria, stabilità di rapporti, o sovrapposizioni di strutture e appartenenze tra mafie e massoneria, dall’altro, l’opacità della contemporanea presenza di determinati soggetti nell’una e nell’altra associazione e l’accertata convergenza o intersezione di interessi tra pezzi delle due strutture in alcune specifiche situazioni e momenti della vita del Paese, nonché i gravi fatti che hanno coinvolto numerosi aderenti a logge massoniche, sono circostanze che richiedono comunque, nella prospettiva dell’inchiesta parlamentare, un’attenta rilettura, e fors’anche una rivisitazione, degli avvenimenti salienti della storia d’Italia dal dopo guerra ad oggi.
La contiguità tra la cd. “massoneria deviata” e le cosche mafiose era già stata posta all’evidenza nella relazione sui rapporti tra mafia e politica e nella relazione conclusiva (delle quali cui fu relatore il presidente, on. Luciano Violante) approvate dalla Commissione parlamentare antimafia nel corso dell’XI legislatura (Docc. XXIII, n. 2 e n. 14).
In un passaggio chiave della relazione conclusiva veniva affermato che “ il terreno fondamentale sul quale si costituiscono e si rafforzano i rapporti di Cosa nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche. Il vincolo della solidarietà massonica serve a stabilire rapporti organici e continuativi” . Ed ancora: “L’ingresso nelle logge di esponenti di Cosa nostra, anche di alto livello, non è un fatto episodico ed occasionale ma corrisponde ad una scelta strategica… . Il giuramento di fedeltà a Cosa nostra resta l’impegno centrale al quale gli uomini d’onore sono prioritariamente tenuti. ( …) Le affiliazioni massoniche offrono all’organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere, per ottenere favori e privilegi in ogni campo; sia per la conclusione di grandi affari, sia per “l’aggiustamento” dei processi, come hanno rivelato numerosi collaboratori di giustizia. Tanto più che gli uomini d’onore nascondono l’identità dei ” fratelli” massonici ma questi ultimi possono anche non conoscere la qualità di mafioso del nuovo entrato” [12].
In base ai risultati dell’inchiesta, che si era avvalsa delle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, quella Commissione era pervenuta alle seguenti conclusioni.
In primo luogo, la massoneria, intorno agli anni 1977-79, aveva chiesto alla commissione di Cosa nostra di consentire l’affiliazione di rappresentanti delle varie famiglie mafiose. Nonostante il fatto che non tutti i membri della commissione avessero accolto favorevolmente l’offerta, alcuni di essi unitamente ad altri “uomini d’onore” di rango ebbero convenienza ad optare per la doppia appartenenza, ferma restando la indiscussa fedeltà ed esclusiva dipendenza da Cosa nostra.
In secondo luogo era emerso che, nell’ambito di alcuni episodi che avevano segnato la cd. “strategia della tensione” nel nostro Paese tramite i tentativi eversivi del 1970 e del 1974, alcuni esponenti della massoneria aveva chiesto la collaborazione della mafia.
Infine, si rilevava che all’interno di Cosa nostra era diffuso il convincimento che l’adesione alla massoneria potesse risultare utile per stabilire contatti con persone appartenenti ai più svariati ambienti che potevano favorire gli “ uomini d’onore”.
Si ricorda, altresì, che rapporti fra Cosa nostra e massoneria erano già emersi anche nell’ambito dei lavori delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, sia sul caso Sindona, sia sulla loggia massonica P2, che avevano approfondito la vicenda del finto rapimento del finanziere e della sua permanenza in Sicilia dal 10 agosto al 10 ottobre 1979.
Dal termine dei lavori della citata Commissione antimafia della IX Legislatura in poi, non sono mancate le indagini e i procedimenti penali che, direttamente o incidentalmente, hanno verso sull’interesse coltivato dalla mafia nei confronti della massoneria. A tal riguardo, con l’obiettivo di acquisire contezza di tali accertamenti, questa Commissione ha richiesto alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo di trasmettere una raccolta di atti sull’argomento, anche antecedenti ai lavori della citata Commissione antimafia della XI legislatura. Si tratta di una mole di documenti (sentenze, decreti di archiviazione, dichiarazioni di collaboratori) che sarebbe arduo, ma anche superfluo, riportare qui in maniera sistematica. Bastino, pertanto, solo alcune citazioni delle evidenze più emblematiche e significative.
Sul fronte di Cosa nostra, già nel gennaio del 1986 la magistratura palermitana aveva disposto una perquisizione presso la sede del Centro sociologico italiano. In quell’occasione erano stati sequestrati gli elenchi degli iscritti alle logge siciliane della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori – obbedienza di Piazza del Gesù. Fra gli iscritti figuravano, tra gli altri, i nomi dei mafiosi Salvatore Greco e di Giacomo Vitale, quest’ultimo cognato di Stefano Bontate (noto come Bontade). I riscontri, allora effettuati sui nominativi dei presenti negli elenchi, avevano inoltre messo in luce che “molti dei soggetti presi in esame risultano avere precedenti penali per reati di mafia”.
È sempre di quegli anni la nota vicenda, curata dalla magistratura trapanese, del Centro studi Scontrino presieduto da Giovanni Grimaudo, in cui grazie alle risultanze degli atti sequestrati si era accertato che nello stesso luogo avevano sede anche sei logge massoniche (Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d’A lcamo, Cafiero, Hiram), nonché un’ulteriore loggia, quest’ultima segreta, il cui elenco degli iscritti veniva rinvenuto nell’agenda sequestrata al Grimaudo, tutti annotati sotto la dicitura “loggia C” . Nell’elenco di questa loggia coperta, accanto ai nomi di imprenditori, banchieri e liberi professionisti del luogo, figuravano quelli dei maggiori esponenti della mafia trapanese, della politica e della pubblica amministrazione locale [13].
La sentenza pronunciata dal Tribunale di Trapani il 5 giugno 1993 è comunque emblematica perché diede atto sul piano fattuale che le affiliazioni massoniche erano strumentali all’unica finalità di raccogliere attorno alla figura di Giovanni Grimaudo uno straordinario e pericolosissimo comitato d’affari, composto da personaggi di varia estrazione, appartenenti a mondi separati i quali, sfruttando la possibilità di incontro nel cono d’ombra delle logge spurie, avevano la possibilità di stringere rapporti e di collaborare per la realizzazione di interessi nei più disparati ambiti, dall’aggiudicazione degli appalti al traffico di stupefacenti.
Inoltre, non si deve dimenticare che il primo procedimento organico sulla massoneria deviata e sui rapporti con la ndrangheta è stato condotto dalla Procura della Repubblica di Palmi nei primi anni novanta; successivamente è stato archiviato dalla Procura della Repubblica di Roma, dove il procedimento era stato trasmesso per competenza. [14]
L’indagine fu avviata sulla base di dichiarazioni di sedici pentiti, tra i quali il notaio Pietro Marrapodi, imputato di avere redatto numerosi atti di trasferimento per sottrarre al rischio di sequestro il patrimonio immobiliare della cosca De Stefano. Il notaio illustrò l’attività della massoneria c.d. “deviata”, i metodi per occultare gli adepti tra i quali l’iscrizione in logge situate in luoghi diversi da quelli di residenza, spesso lontanissimi, o l’iscrizione “mediata” di prossimi congiunti.
Contatti fra le consorterie mafiose e massoniche di Palermo e Trapani erano, altresì, emersi nel processo celebrato a Palermo nel 1995 contro Giuseppe Mandalari – “gran maestro dell’ordine e gran sovrano del Rito scozzese antico e accettato” nonché ritenuto il commercialista di Salvatore Riina – che avevano confermato che sarebbe stato proprio costui a conferire il riconoscimento “ufficiale” alle logge trapanesi che facevano capo a Giovanni Grimaudo e, soprattutto, che vi era stata un’interazione tra Cosa nostra e massoneria per condizionare l’esito di un processo. La sentenza emanata, in tempi più recenti rispetto ai fatti, [15] a carico di Mandalari ha accertato la pesante influenza esercitata da taluni “fratelli” sui giudici popolari della Corte d’assise chiamata a giudicare l’avvocato Gaetano Zarcone, accusato di avere introdotto in carcere la fiala di veleno destinata ad uccidere il padrino della vecchia mafia Gerlando Alberti. [16]
L’interesse di cosa nostra, come di altre organizzazioni mafiose, a rapportarsi con ambienti della massoneria per avere l’opportunità di interferire in qualche modo sulle indagini giudiziarie a loro carico nonché per far ottenere particolare benefici a favore dei detenuti, costituisce un tema invero piuttosto ricorrente in diverse indagini. D’altronde, già nei primi anni Ottanta del secolo scorso, Gaspare Mutolo, agli esordi della sua collaborazione con la giustizia, ebbe ad affermare che alcuni uomini d’onore potevano essere stati autorizzati ad entrare in massoneria per “avere strade aperte ad un certo livello”, per ottenere informazioni preziose provenienti da determinati circuiti e non solo. Il collaboratore riferiva, infatti, che taluni iscritti alla massoneria erano stati persino utilizzati per “aggiustare” processi attraverso contatti con giudici massoni.
A riprova dell’interesse della mafia ad infiltrare il mondo massonico quale mezzo per accedere ad altri circuiti di potere, giova ricordare le plastiche parole di uno dei primi collaboratori a parlare dell’argomento, ovvero Leonardo Messina: “è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa nostra” [17].
Tale dichiarazione sembra dunque confermare che da un certo momento in poi cosa nostra avesse superato ormai l’atavico canone in base al quale un uomo d’onore poteva essere legato, fino alla morte, al solo vincolo di appartenenza alla mafia, così escludendo la contemporanea adesione alla massoneria.
Nonostante lo stesso Giovanni Brusca, divenuto collaboratore di giustizia, ancora nell’anno 1998, avesse dichiarato che, per quanto a sua conoscenza, sotto il dominio dei corleonesi non era consentita l’iscrizione degli uomini d’onore alla massoneria, [18] (apparendo la dichiarazione riscontrabile dalla circostanza che il numero delle logge nella provincia di Palermo risultava assai più ridotto rispetto a quello delle altre province della Sicilia ed in particolare rispetto al numero elevato di quelle esistenti nella Provincia di Trapani) le dichiarazioni rese, poi, da Angelo Siino, collaboratore di giustizia e massone, fanno piena chiarezza sul punto. Il divieto per gli aderenti a cosa nostra di fare parte della massoneria continuava ad essere valido, ma solo sul piano formale.
“Le regole erano un po’ elastiche” – aveva spiegato Siino – “come la regola che non si devono avere relazioni extraconiugali”. I primi a coltivare queste relazioni, fuori dal vincolo mafioso, erano stati il già citato Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, che intuirono ben presto l’utilità di un’adesione a logge massoniche.
Le più recenti motivazioni della sentenza sull’omicidio Rostagno, pronunciata dalla Corte di Assise del Tribunale di Trapani nel 2015 e ancorché riferibile a fatti risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso, descrivono uno scenario inquietante dei rapporti tra mafia e massoneria, sia regolare che deviata. Esse lasciano intravedere la possibile attualità di collegamenti alle più recenti vicende sui rapporti tra imprenditoria, centri di potere, amministrazioni locali e criminalità, anche verificatisi in altri territori del Paese, quasi in assenza di soluzione di continuità tra passato e presente. Una commistione di rapporti e di interessi convergenti che avrebbe visto seduti, attorno allo stesso tavolo per la spartizione dei più disparati affari, uomini provenienti da mondi diversi che avrebbe agevolato “la penetrazione di Cosa nostra nell’imprenditoria, nelle banche e negli apparati dello Stato, favorita con tutta probabilità dal crescente ruolo delle fratellanze massoniche” [19].
Sintomatica sotto il profilo della contaminazione di interessi tra logge massoniche e mafia, è la vicenda descritta nella sentenza della Corte d’Appello di Catania n. 1010/2013 del 18 aprile 2013, in cui viene riferito un episodio di pressioni esercitate dagli appartenenti di grado elevato ad una obbedienza massonica, indicata come quella di Piazza del Gesù di Catania, su un loro “fratello” osteggiandone la sua candidatura a sindaco nella competizione elettorale per il comune di San Giovanni La Punta (CT), comune per ben due volte sciolto per infiltrazione mafiosa. A dire del diretto interessato, per la competizione elettorale gli sarebbe stato preferito altro candidato poiché sostenuto dalla famiglia mafiosa egemone in quel territorio. A fronte del suo rifiuto a farsi da parte e ad abbandonare la competizione elettorale, era stato posto “ in sonno” dalla sua obbedienza e dall’anno 2001, data cui si riferiscono i fatti, non vi era più rientrato. La decisione di convincerlo ad abbandonare la competizione elettorale sarebbe, peraltro, avvenuta su richiesta di un suo superiore massonico, responsabile della obbedienza in Calabria [20].
Più complessi e apparentemente più strutturati appaiono i rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria. La stessa struttura originaria della mafia calabrese, per quanto è dato oggi conoscere dalle sentenze passate in giudicato, aveva subìto negli anni Settanta una rilevante mutazione ed evoluzione, laddove era stata prevista la creazione di un livello superiore alla “società dello sgarro”, denominato la società maggiore o la “Santa” , cui affidare il riservatissimo ruolo, sconosciuto anche alla più parte degli appartenenti alle ‘ndrine, di entrare in contatto con una vasta area di potere locale di diversa natura, e di creare un collegamento stabile tra l’associazione mafiosa e i vari centri di poteri presenti nella massoneria. Ed è proprio attraverso la Santa che la ’ndrangheta è entrata in rapporto con la massoneria. Già la Commissione parlamentare antimafia nel corso della XIII Legislatura così si esprimeva al riguardo: “Una struttura nuova, elitaria (… ) estranea alle tradizionali gerarchie dei “locali”, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i limiti della vecchia onorata società e della sua subcultura, e soprattutto senza i tradizionali divieti, fissati dal codice della ’ndrangheta, di avere contatti di alcun genere con i cosiddetti “contrasti”, cioè con tutti gli estranei alla vecchia onorata società. Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, le quali non scomparivano del tutto, ma che restavano in vigore solo per la base della ’ndrangheta, mentre nasceva un nuovo livello organizzativo, appannaggio dei personaggi di vertice che acquisivano la possibilità di muoversi liberamente tra apparati dello stato, servizi segreti, gruppi eversivi”. In sintesi, “una struttura mirante all’obiettivo di ampliare affari e potere dell’organizzazione” [21].
Ancora, sempre da atti piuttosto recenti in relazione ad indagini svolte intorno agli anni 2009-2011, diversi personaggi hanno dichiarato di essere stati contemporaneamente appartenenti ad obbedienze massoniche e alla ‘ndrangheta [22], tanto da affermare enfaticamente che la massoneria aveva ormai soppiantato l’organizzazione criminale calabrese. [23].
Singolari appaiono, al riguardo, le dichiarazioni di altro collaboratore, Cosimo Virgiglio, che sembra ribaltare il rapporto tra i due sistemi. Non sarebbe, a suo avviso, la ‘ndrangheta ad infiltrare la massoneria, bensì questa a servirsi della prima [24].
Oltre alle dichiarazioni dei collaboratori, sono gli stessi atti giudiziari che riportano il dato fattuale sulla contiguità di rapporti e di frequentazioni tra i due sistemi. Da ultimo, si ricordano gli esiti delle più recenti indagini della DDA di Reggio Calabria dove non mancano riferimenti, più o meno espliciti, circa l’esistenza di sinergie fra ‘ndrangheta e massoneria, sempre nell’ambito della citata struttura riservata denominata “la Santa”, che sarebbero finalizzate al perseguimento di una mirata strategia di lungo termine: la progressiva infiltrazione negli ambienti politici, imprenditoriali ed istituzionali. Tale progetto, si afferma in dette inchieste della magistratura calabrese, avrebbe preso corpo fin dalla prima guerra di mafia verificatasi nella provincia di Reggio Calabria negli anni Settanta del secolo scorso e, verosimilmente, avrebbe una portata ancora più vasta ed obiettivi ancor più ambiziosi e trasversali, sino a costituire momento e progetto di coesione tra tutte le varie
associazioni criminali di tipo mafioso presenti nel Paese, come si avrà modo di accennare ulteriormente nel corso della presente relazione.
In sintesi, le indagini sin qui svolte dalle autorità inquirenti calabresi illustrano un quadro di allarmante pericolosità che sarebbe caratterizzato dall’esistenza di un “mondo di mezzo”, crocevia e luogo di compensazione degli interessi del mondo criminale, dell’imprenditoria e della politica, quasi a riecheggiare in proporzione il modello, pur diverso nelle forme e nei contesti, emerso nell’indagine nota come “mafia capitale”. Gli esiti investigativi consegnano un panorama complessivo di rapporti e collaborazioni con ambienti e soggetti massonici cui non si sottrae alcuna organizzazione mafiosa tradizionalmente presente sul nostro territorio. Esponenti di cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita o soggetti comunque riconducibili a tali sodalizi, hanno partecipato a riunioni e incontri con individui appartenenti alle più diverse obbedienze massoniche per pianificare di comune accordo interventi nei più diversificati contesti ed, elettivamente, nel settore degli appalti e nella spartizione delle risorse pubbliche.
Una “camera di compensazione di affari”, tipica di quel terzo livello, descritto nella sentenza sull’omicidio Rostagno, in cui si incontrano burocrati, imprenditori, uomini politici e mafiosi, per consentire rapide carriere, assicurare voti, aggiudicarsi appalti e, in genere, per lucrare.

NOTE

[12] Relazione conclusiva, approvata dalla Commissione il 18 febbraio 1994 (XI legislatura, doc. XXIII, n. 14, pagg. 59- 60).

[13] Si veda sul punto l’analitica ricostruzione dei fatti operata dalla Corte di assise di Trapani nella sentenza del 27 luglio 2015, n. 2253/97 R.G.N.R, sul caso Rostagno.

[14] Il procedimento fu iscritto a Palmi il 16.10.1992 contro ignoti; il 16.3.1993 contro noti. Il procuratore Cordova seguì l’inchiesta per meno di un anno a causa del suo trasferimento a Napoli, avendo lasciato Palmi il 5.10.1993. In data 8.6.1994 il troncone sulla “massoneria deviata” è stato trasmesso a Roma, dove è stato archiviato il 3.7.2000 su richiesta dei PP.MM. del 2.12.1997. Con ordinanza del 3.10.2016 il Gip del Tribunale di Roma, accogliendo l’istanza del GOI, ha disposto la restituzione di tutto il materiale in sequestro.

[15] La sentenza è stata pronunciata dal GIP del Tribunale di Palermo nel febbraio del 2002.

[16] Il processo celebrato dinanzi al GIP si è concluso con la condanna di sette imputati.

[17] Dichiarazioni del collaboratore Leonardo Messina, riferite nel procedimento penale di cui alla nota che precede.

[18] Interrogatorio reso all’udienza dibattimentale del 8 settembre 1998 nel procedimento R.G.N.R. 420/94.

[19] Sentenza della Corte di Assise di Trapani del 27 luglio 2015, n. 2253/97 R.G.N.R., pag. 519: “[Il teste] parte ancora una volta da lontano. Egli vede nelle recenti iniziative giudiziarie che avevano scoperchiato tanti casi di corruzione o concussione l’individuazione di tre diversi livelli di malaffare: un primo livello, in cui singoli funzionari o burocrati corrotti abusano delle loro funzioni o dei loro poteri al fine di arricchirsi togliendo denaro ai privati, facendo per così dire la cresta. Una forma di malaffare certamente grave, ma non così allarmante.
C’è poi un secondo livello, di corruzione sistemica, in cui si rinviene un impasto di alti burocrati, imprenditori professionisti, uomini politici che convergono a progettare una spartizione delle risorse economiche ma anche delle cariche istituzionali o di posti ambiti: sono gruppi che operando all’esterno delle sedi assembleari, puntano a dividersi la città o a programmarne lo “sviluppo” più confacente ai propri fini. Già attraverso questo impasto passa un rapporto organico con la mafia trapanese.
Ma poi viene un terzo livello, che è quello dello Scontrino o meglio delle logge segrete che si celavano dietro le attività del circolo culturale Scontrino. Qui troviamo insieme alti burocrati, intendendo per tali i capi ripartizione del Comune; uomini politici (… ); e mafiosi,(… ) bensì di bassa forza, appartenenti alla componente prettamente militare dei gruppi di fuoco. Ed è proprio questo l’aspetto più singolare ed allarmante della faccenda.
Non c’è bisogno dei gruppi di fuoco mafiosi per garantire al singolo burocrate la possibilità di una rapida carriera, o al politico di assicurarsi qualche voto. Ma se uomini dei gruppi di fuoco sono stati sollecitati a entrare a far parte di quelle logge, una funzione specifica dovevano averla; e doveva essere una funzione congrua alle loro capacità e attitudini o vocazioni professionali. [ Il teste] ipotizza allora che quella potesse essere «la camera di compensazione di affari che non potevano trovare equilibrio in altre stanze e che lì potevano trovare il momento della compensazione e dell’accordo”.

[20] La sentenza di primo grado non aveva ritenuto credibile il denunciante. Al contrario la Corte d’Appello nelle motivazioni della sentenza ritiene dimostrata e provata la circostanza riferita.

[21] Così citata nell’ordinanza di custodia cautelare n. 9339/2009 RGNR-DDA, Operazione “Mammasantissima”, e il richiamo degli atti di cui al proc.pen. n. 9339/2009 R.G.N.R-D.D.A. del Tribunale di Reggio Calabria, Sezione G.I.P.– G.U.P., e alle ordinanze n. 42/2016 e 43/2016 R.O.C.C. R. O. C. C. emesse, in data 13 maggio 2016, a seguito del provvedimento di fermo di cui al procedimento n. 65/2013 R.G.N.R.- D.D.A. nell’ambito dell’operazione “Fata Morgana” .

[22] Si vedano, in proposito, le copiose dichiarazioni rese dal collaboratore Giacomo Pennino richiamate nell’ordinanza applicativa di misure cautelari n. 9339/09 RGNR-DDA RC, 5448/2010 RG-GIP RC, 50/2015 ROCC-DDA RC, emessa il 12 luglio 2016 dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione GIP/GUP.

[23] Vedi dichiarazioni di Pantaleone Mancuso, procedimento n. 3800/09 RGNR-DDA CZ, rit. 139/2011, il 7 ottobre 2011: “ la ‘ndrangheta non esiste più! (… ) la ‘ndrangheta fa parte della massoneria! (… ) diciamo… è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose. ( … ) Ora è rimasta la massoneria.”

[24] Vedi dichiarazioni di Cosimo Virgiglio, O.C.C. operazione “ Mammasantissima” cit.: “ È importante sottolineare, per ( … ) capire come materialmente è avvenuta l’interrelazione tra la componente massonica e quella tipicamente criminale, che il varco, che nel gergo massonico è riferito alla “breccia di Porta Pia”, è costituito da quella nuova figura criminale che è identificata con la Santa. E importante precisare che, attraverso quel varco, costituito dai santisti (che sono rappresentati da soggetti insospettabili), il mondo massonico entra nella ‘ndrangheta e non viceversa, per quello che io ho vissuto e percepito. Devo precisare ancora che il ruolo di santista all’interno della ‘ndrangheta non consente in automatico il contatto con la massoneria: è necessario invece, perché questo contatto avvenga, che si individuino ulteriori soggetti cerniera, che noi definivamo soggetti in giacca, cravatta e laurea, che fossero in grado di curare queste relazioni senza che fossero direttamente individuabili.”

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