Stefano Gagliano, membro delle ADI, contro il professore Giancarlo Rinaldi

Il 28 dicembre 2018 Giancarlo Rinaldi, professore di storia del Cristianesimo (nonchè massone appartenente al Grande Oriente d’italia), ha scritto un articolo contro Giorgio Spini dal titolo «Giorgio Spini e il pentecostalesimo: Homerus dormitat?», al quale il 29 gennaio 2019 ha risposto duramente Stefano Gagliano, che è membro delle ADI. Non entro nel merito della disputa. La segnalo solamente.

Giacinto Butindaro

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Giorgio Spini e il pentecostalesimo: Homerus dormitat?

Quandoque bonus dormitat Homerus (traduzione: Ogni tanto anche il buon Omero sonnecchia). Il motto, che risale al poeta Orazio, vuol dire che anche un ottimo autore può incorrere in sviste e disattenzioni.

Che Giorgio Spini sia stato maestro (e maestro grande) di studi sull’evangelismo italiano è un dato di fatto così palese da indurci a proclamare senza tema di smentita che ognuno di noi, che tal disciplina ha a cuore, ha con lui contratto debito enorme di riconoscenza. Ciò mi ha reso ancor più lieto quando ieri, frugando tra le bancarelle di libri della napoletana via Port’Alba ho potuto reperire (a soli due euro!) un poco noto ma prezioso volumetto di Spini: Il protestantesimo italiano del Novecento (Edizioni La città del sole, Napoli 2005, pp. 80).

Sulla vivacità dello stile dell’Autore già ha detto il caro collega e amico di vecchia data Arturo Martorelli parlando, in premessa al testo, a nome dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici che ospitò queste sue conferenze. Io qui mi limito ad alcune poche sottolineature pertinenti alla storia pentecostale, tema qua e là trattato nel testo in parola e che è caro a molti di coloro che mi seguono. Non si tratta di trovar difetti o palesare limiti, attività (di cui io in primis sono vittima ricorrente e che è) propria di chi è estraneo al discorso storiografico e che così facendo, di denigrazione in denigrazione si dimostra invece proclive al chicchiericcio da portineria. Gradirei solo contribuire a un ampliamento del quadro atto a migliorare la fruibilità di un testo che, come tutti quelli dell’Autore in questione, merita di essere letto e riletto, anzi studiato.

Spini avrebbe voluto dedicare una monografia al pentecostalesimo italiano ma la sua dipartita dalla dimensione terrena gli impedì di coronare tal proposito. Peccato! In riferimento a questo ramo dell’evangelismo aveva frequentazioni ricorrenti, simpatie sincere e sintonie fraterne. Ciò, forse, spiega come mai le pagine qui dedicate al movimento appaiono più un cantiere di affettuosi rapsodici pensieri che un vero profilo di storia da par suo.

Pentecostalesimo e fascismo. Che quest’ultimo sia stato una dittatura non v’è ombra di dubbio, e che le dittature si facciano valere con la forza della coercizione piuttosto che con la vigoria del ragionamento è pure un dato di fatto che non necessita di congressi e volumi per esser dimostrato. Parliamo delle vessazioni antipentecostali degli anni del ventennio e la condanna delle dittature diviene allora chiara; ancòra più chiara appare se volgiamo lo sguardo ai paesi soggiogati dalla falce e martello fino al non troppo lontano 1989 dove più che a vessazioni si assisteva a un fiume di repressioni, di torture e di sangue e ciò – lo si ammetta onestamente – nel silenzio assordante della quasi totalità del mondo protestante italiano.

Spini parla della Buffarini Guidi come di orribile provvedimento, ed è nel giusto (ci mancherebbe altro!), ma concludere il discorso con un’ennesima condanna alla dittatura è parziale oltre che ripetitivo: dietro quel testo non v’è solo il potere fascista (in questioni di religione profondamente ignorante e insensibile) ma un’occhiuta e agguerrita diplomazia vaticana la quale è da considerarsi l’autentica ispiratrice del documento. Lo storico deve indagare in questa direzione approdando alla nunziatura apostolica in Italia e non limitarsi a ripetere e reiterare che il fascismo fu dittatura brutale con i pentecostali (in questo caso il repetita iuvat non calza). Del fascismo, piuttosto, indagheremo i mutamenti d’atteggiamento determinatisi anno per anno nei riguardi del mondo pentecostale pur permanendo chiara e ferma la condanna di quei momenti come di quel regime.

Così ‘sparare’ sulla legge dei culti ammessi del 1929 (pag. 45 ss.) significa ragionare secondo una sensibilità che è moderna. Definire ‘sempliciotto’ e ‘incauto’ il giurista valdese Mario Piacentini, ispiratore di tale legge, appare ingeneroso quanto errato: si trattò di una mente pensante, oltre che di un gentiluomo, a cui dobbiamo quella che va considerata la più documentata monografia giuridica sul tema. Una legge, questa del ’29, che ebbe gli applausi del mondo evangelico tutto, tra i primi quelli entusiastici del pentecostale Ettore Strappavecchia. Insomma il buon Renzo De Felice avrebbe potuto aggiungere questo particolare al suo affresco sul consenso che il regime ebbe tra la fine degli anni ’20 e i ’30.

Interessante è il tema della sopravvivenza della Buffarini in età repubblicana. Tema poco trattato; ma dire, come fa Spini, che “nessuno storico di parte laica ha fatto un’indagine di livello scientifico di questa ondata d’intolleranza” significa ignorare almeno due importanti monografie: quella di Raffaele Pettazzoni (forse il più grande storico delle religioni in Italia) del 1952 dal titolo Italia religiosa e quella di Giacomo Rosapepe Inquisizione addomesticata di circa dieci anni successiva.

Imperdonabile, poi, è lo scivolone in politica politicante in cui occorre lo Spini quando afferma (pag. 61) che dopo la Costituzione i socialdemocratici e i repubblicani (come i DC) ritenevano la circolare Buffarini Guidi più importante della Costituzione stessa. Falso. Furono proprio socialdemocratici come Luigi Preti a lottare a tempo e fuor di tempo per la libertà dei pentecostali contro la Buffarini, basti leggere gli atti parlamentari… e ci meraviglia che a uno storico ben inserito nei corridoi della politica così come nei palchetti delle biblioteche ciò sia sfuggito.

Inoltre: citare (pag. 72) le assemblee di Raffadali (1944 e 1945) come momenti in cui il pentecostalesimo s’avviò a darsi ordinamento presbiteriano è parziale se non fuorviante. Lì, invece, si coordinarono le azioni filantropiche postbelliche laddove fu a Napoli, nel 1947, che nacquero le ADI come denominazione che integrava il pregresso congregazionalismo con un ordinamento di tipo presbiteriano.

Del tutto errata, poi, è l’affermazione (sempre pag. 72) secondo la quale con questo processo organizzativo ci si allontanò “dai mondi fortemente emozionalistici e dai chiusi fondamentalismi e dal greve antintellettualismo delle Holiness Churches americane”. Meraviglia che uno storico metodista, come Spini, non abbia riconosciuto le radici squisitamente metodiste dei movimenti di santità che niente hanno a che fare con il fondamentalismo. È vero il contrario: il fondamentalismo, dopo aver solennemente condannato il pentecostalesimo, è penetrato nel mondo pentecostale quanto più questo si è allontanato dalla culla metodista / di santità per approdare a posizioni fondamentaliste le quali, storicamente, furono invece partorite proprio in ambienti presbiteriani negli USA.

La “freccia del parto” l’Autore la destina a Guglielmo Marconi accusato (pag. 53) di sbarazzarsi della prima moglie per convolare con una seconda tramite il ricorso a un battesimo cattolico. Questo ignobile voltafaccia lo avrebbe reso per volere di Mussolini presidente dell’Accademia Italiana. No, caro professore, questo non ci sentiamo di sottoscrivere, va bene la verve canzonatoria toscana, gradevole anche il permanente tono satirico ma ridurre un intellettuale del calibro di Marconi ad amorazzi e dentifrici quali titoli per far carriera al cenno del dittatore, no. Non ci sentiamo di sottoscrivere e non solo per un ovvio parce sepultis: Guglielmo Marconi fu il genio che incontestabilmente è stato, persona e scienziato ben al di sopra di pruriti e raccomandazioni. Ce ne fossero ancòra come lui a reggere le nostre accademie e università! Ve ne fossero ancòra uomini e studiosi come Giovanni Gentile a reggere i nostri Ministeri! Io sono sincero e non esito a dire a chiare lettere che li rimpiango: non guardo il loro distintivo, guardo la loro levatura, proprio come oggi conviene guardare ai distintivi e non alla levatura al fine di non scoppiare in lacrime.

In definitiva: libro interessante, utile, ben pensato e ben scritto questo di Giorgio Spini e, tuttavia, nel leggerlo non ci si dimentichi che Venere era bella anche per quel suo neo…

Giancarlo Rinaldi

Fonte: giancarlorinaldiblog.it

“PENTECOSTALI: A PROPOSITO DI UNA RECENSIONE GIANCARLO RINALDI vs GIORGIO SPINI”

Con vivo sdegno, respingiamo al mittente i rilievi ingenerosi e per taluni aspetti lesivi dell’onorabilità e dell’onestà intellettuale di Giorgio Spini, contenuti nell’articolo del prof. Giancarlo Rinaldi, Giorgio Spini e il pentecostalesimo: Homerus dormitat? (1).

Alla questione posta nel titolo dal prof. Rinaldi, rispondiamo che Giorgio Spini non ha mai dormito, né sonnecchiato in tutta la sua vita. Egli era finanche troppo vigile e presente ai grandi momenti della storia, così come nell’esercizio dell’attività intellettuale e alla vita pubblica, politica e religiosa del suo tempo.

Per questa ragione e su invito del compianto avvocato Gerardo Marotta, Spini aveva svolto nel 2003 un ciclo di tre lezioni sul protestantesimo all’Istituto Italiano di Studi Filosofici. Le lezioni furono assai partecipate da giovani borsisti, ricercatori, professori di scuola e dell’Università italiana, evangelici napoletani e semplici uditori.

Chi accompagnò Spini in quelle giornate, assicura però di non aver mai veduto il prof. Rinaldi aggirarsi negli ambienti suggestivi del Palazzo Serra di Cassano. Né questo ci desta meraviglia, giacché il prof. Rinaldi stesso sostiene di aver appreso solamente di recente che quelle lezioni si erano svolte a Napoli e che erano state successivamente pubblicate nel 2005 per i tipi della Città del Sole.

A distanza di quindici anni da quelle lezioni e tredici dalla pubblicazione del saggio Il protestantesimo italiano nel Novecento, il prof. Rinaldi, divenuto oramai esperto di cose pentecostali, ci delizia di “alcune poche sottolineature pertinenti alla storia pentecostale”, per “contribuire a un ampliamento del quadro atto a migliorare la fruibilità di un testo che, come tutti quelli dell’Autore in questione, merita di essere letto e riletto, anzi studiato”. Il quale testo, tuttavia, oltre a essere praticamente introvabile, è stato superato dal saggio Italia di Mussolini e protestanti, proprio nelle parti oggetto delle sottolineature del prof. Rinaldi. Quest’ultimo saggio è stato peraltro ripubblicato nel 2016 dalla casa editrice Claudiana. Tempi davvero troppo recenti per il prof. Rinaldi. Il quale si accorge dei testi in commercio solamente dopo un paio di lustri, a condizione che egli si trovi a passare tra le bancarelle di via Port’Alba a Napoli.

In ogni caso, il prof. Rinaldi, dopo molte evoluzioni sulla figura di Giorgio Spini, muove alcune critiche legnose, cui tuttavia lo storico Giorgio Spini non potrà replicare, giacché scomparso nel 2006. E noi ci chiediamo di passaggio che senso abbia una recensione a un volume uscito quindici anni orsono, il cui autore è già troppo passato a miglior vita per rispondere ai rilievi del professore di storia pentecostale. Non avanziamo ovviamente ipotesi. Epperò l’estensore delle notarelle per “contribuire a un ampliamento del quadro atto…”, ecc. ecc., non ci fa davvero una grande figura di studioso e di galantuomo. Ma forse i galantuomini sono galantuomini fino ad un certo punto.

Secondo il prof. Rinaldi, le pagine che Spini ha scritto in questo saggio sul movimento pentecostale sono “un cantiere di affettuosi rapsodici pensieri che un vero profilo di storia da par suo”. E questo perché Spini intratteneva col movimento pentecostale “frequentazioni ricorrenti” e aveva per esso “simpatie sincere e sintonie fraterne”. La prosa è un po’ contorta. Ma davvero il Rinaldi ritiene che chiunque intrattenga con un movimento religioso “frequentazioni ricorrenti” e abbia per esso “simpatie sincere e sintonie fraterne”, finisca in certo modo per scrivere su di esso “un cantiere di affettuosi rapsodici pensieri che un vero profilo di storia da par suo”. E questo nonostante che Spini, il quale nutriva “frequentazioni ricorrenti” e aveva “simpatie sincere e sintonie fraterne” con il vario mondo del protestantesimo italiano abbia scritto la trilogia: Risorgimento e protestanti, Italia Liberale e protestanti, Italia di Mussolini e protestanti.

Non si accorge peraltro il Rinaldi che il saggio oggetto delle sue graziose notarelle è un saggio di ampia divulgazione e che ripropone lo schema di lezioni tenute a un pubblico vasto e sovente digiuno di storia del protestantesimo italiano. In altre parole, le “frequentazioni ricorrenti” e altre simili considerazioni, non sono affatto il nesso causale dei riferimenti di passaggio al movimento pentecostale in questo volume. Giorgio Spini non era uno sciocco sentimentale, né era solito affastelare “attettuosi rapsodici pensieri”. Era un uomo fin troppo pragmatico e serio in ogni aspetto del suo agire.

Il paragrafo poco più sotto affronta il tema della Circolare Buffarini-Guidi, cioè di quella disposizione di polizia che, a partire dal 1935, avviò la persecuzione del movimento pentecostale italiano. Spini viene rimproverato di non aver scritto che i veri ispiratori di quella circolare erano le gerarchie ecclesiastiche vaticane. Ci scuserà tuttavia il prof. Rinaldi se gli facciamo notare che il prof. Giorgio Spini, mentre pubblicava Il protestantesimo italiano nel Novecento, andava approfondendo questo argomento e stendeva quei capitoli, che sarebbero comparsi nel volume Italia di Mussolini e protestanti, uscito postumo nel 2007. Proprio in quel saggio, Giorgio Spini parlava a p. 236 della “sciagurata circolare emanata nel 1935 dal sottosegretario agli Interni, Guido Buffarini-Guidi”. E aggiungeva: “di cui parleremo tosto”. Una nota del curatore, tuttavia, informa il lettore che “A causa della morte improvvisa dell’A., questa parte sulla Circolare Buffarini-Guidi non è stata mai scritta”.

Voglia pertanto il Rinaldi perdonare a Giorgio Spini la sua morte improvvisa, la quale gli ha impedito di approfondire quei temi, per cui oggi lei scrive queste davvero tanto utili notarelle. E voglia altresì perdonare lo storico fiorentino se più volte abbia fatto riferimento al regime fascista come estensore principale di questa circolare. Una cosa davvero fuori luogo, giacché – cosa impensabile – la circolare è frutto del regime fascista. Ma a noi, contrariamente al suo autorevole giudizio, sembra che repetita iuvant, e non iuvat come ella scrive nelle sue notarelle, rimanga un esercizio utile, specie nella nostra Italia dalla memoria corta.

Altra critica: Spini avrebbe giudicato troppo superficialmente la Legge sui Culti Ammessi, perché ragionava “secondo una sensibilità che è moderna”. A parte il fatto che non sapremmo davvero spiegare a noi stessi cosa sia un ragionamento “secondo una sensibilità che è moderna”, l’estensore delle notarelle pare non abbia letto affatto le pagine che egli cita in questo suo paragrafo, altrimenti avrebbe compreso che Spini non era contrario alla Legge sui Culti Ammessi perché ragionava “secondo una sensibilità che è moderna”, ma perché con essa, fra le altre cose, “il regime fascista si garantiva una pesante ingerenza nelle chiese evangeliche, accordando o negando il riconoscimento a ministro di culto” (p. 46). Né il magistrato Mario Piacentini viene chiamato in questo saggio “sempliciotto” o “incauto”: questi attributi egli li riferisce piuttosto ai protestanti italiani, per la ragione sopra esposta. Suggeriamo pertanto al prof. Rinaldi una lettura più attenta dei saggi che trova sulle bancarelle di Port’Alba.

Quanto agli applausi che il mondo evangelico tributò al fascismo per questa legislazione sui culti ammessi, essi furono dettati dalla speranza di mantenere in qualche modo aperta la strada alla testimonianza evangelica nell’Italia Fascista. Spini condanna il “grigiore intellettuale e spirituale” di questo appeasement. Rinaldi, invece, sembra rimasto il solo in Italia a difendere una legge sui culti ammessi che, oggettivamente, rappresenta l’ultimo retaggio del fascismo in materia di politica ecclesiastia: altro che “sensibilità moderna”!

Sempre a giudizio del Rinaldi, Spini errava a sostenere che “nessuno storico di parte laica fece un’indagine di livello scientifico di questa ondata d’intolleranza”. E questo perché non si era accorto di due importanti monografie, rispettivamente di Raffaele Pettazoni, Italia religiosa, e di Giacomo Rosapepe, Inquisizione addomesticata. Ebbene: né l’una, né l’altra sono opere “di livello scientifico di questa ondata d’intolleranza”. Sono piuttosto saggi di denuncia sulle vessazioni religiose in Italia, che avevano lo scopo di animare e informare l’opinione pubblica contro questa condizione di violenze e soprusi contrari ai principi fondamentali della Costituzione.

A pag. 61 del saggio oggetto delle annotazioni del professore dell’Orientale di Napoli, Spini commetterebbe uno “scivolone” addirittura “imperdonabile” di “politica politicante”. Egli ha sostenuto che, cito dal Rinaldi, “dopo la Costituzione i socialdemocratici e i repubblicani (come i DC) ritenevano la circolare Buffarini Guidi più importante della Costituzione stessa”. E questo, sempre secondo il prof. Rinaldi, sarebbe “Falso” (Falso con la F maiuscola, cui segue un punto fermo per rafforzare la condanna postuma del professore). Non abbiamo ben compreso cosa c’entri in questa condanna la “politica politicante”. Spini svolge un giudizio storico, che il nostro professore potrà non condividere, ma che, in ogni caso, rimane nell’ambito della critica storica, non già in quello della “politica politicante”, che è una categoria dispregiativa dell’azione politica dei dilettanti disonesti.

Eppoi, mi perdoni, ella rimprovera a Spini uno “scivolone” addirittura “imperdonabile”, che però Spini non ha mai commesso. Perché, e di questo bisogna proprio che se ne faccia una ragione, le cose stavano esattamente come le ha descritte Spini in quel saggio. Gli sforzi generosi di Preti e di Bogoni in favore della libertà religiosa costituirono dei casi isolati all’interno dei loro rispettivi partiti. Nenni aveva sostenuto che la religione era un affare privato e comunque un ingombro al pieno sviluppo dell’umanesimo marxista (maggio 1954). Bogoni confessava di essere un isolato nel suo partito. I partiti cosiddetti laici come il socialdemocratico non intendevano viceversa impegnarsi direttamente su questo fronte per impedire una virata a destra del regime democristiano. Legga pure i volumi di Stefano Gagliano (Lotta per l’Italia laica e protestantesimo ed Egualmente libere? di recente pubblicazione) e si accorgerà che le cose stanno esattamente come le ha descritte Giorgio Spini.

Lasci perdere, per favore, di segnalare alla pubblica opinione come “falsi” o “scivoloni” addirittura imperdonabili giudizi storici che, contrariamente a quanto voglia far credere al suo pubblico di amatori della sua prosa leccata, sono giudizi fondati su verità storiche incontrovertibili. Respingiamo altresì al mittente la nota malevola sul fatto che Giorgio Spini fosse “ben inserito nei corridoi della politica”, giacché egli entrò in politica non già attraverso i corridoi, ma attraverso la lotta clandestina e poi fu protagonista della scena politica dell’Italia repubblicana, come peraltro gli ha riconosciuto a suo tempo Carlo Azeglio Ciampi. Quanto alla presenza dei suoi scritti sui “palchetti delle biblioteche”, diremo che essi non stanno sui palchetti, ma sono un patrimonio immanente di una ricerca attenta e impegnata, di cui menar vanto.

Veniamo adesso ad un altro cosiddetto “scivolone” di Spini. A p. 72, sempre secondo la lettura del Rinaldi, il professore fiorentino avrebbe sostenuto che – cito dal Rinaldi – le assemblee di Raffadali (1944-1945) fossero “momenti in cui il pentecostalesimo s’avviò a darsi ordinamento presbiteriano”. E questa sarebbe una ricostruzione “parziale se non fuorviante”. Ma in questo caso è lo stesso Rinaldi a essere “parziale se non fuorviante”, giacché Spini, a p. 72, ha scritto il seguente passaggio: “L’assemblea di Raffadali decise di dare al movimento pentecostale italiano un ordinamento che coniugasse l’impeto del congregazionalismo con la forza organizzativa e la disciplina del presbiterianismo”. In questo senso, consiglio ancora una volta al prof. Rinaldi una letturina più attenta dei testi che cita.

Sempre a p. 72, Spini avrebbe sostenuto ancora un’altra affermazione errata. E cioè che i pentecostali si allontanarono dal dopoguerra “dai modi” (e non dai mondi: come cita – male! – Rinaldi) “fortemente emozionalistici e dai chiusi fondamentalismi e dal greve antintellettualismo delle Holiness Churches americane”. Rinaldi a questo punto reagisce. E scrive:

Meraviglia che uno storico metodista, come Spini, non abbia riconosciuto le radici squisitamente metodiste dei movimenti di santità che niente hanno a che fare con il fondamentalismo. È vero il contrario: il fondamentalismo, dopo aver solennemente condannato il pentecostalesimo, è penetrato nel mondo pentecostale quanto più questo si è allontanato dalla culla metodista / di santità per approdare a posizioni fondamentaliste le quali, storicamente, furono invece partorite proprio in ambienti presbiteriani negli USA.

Infine vi è la difesa spertica delle vicende scollaciate di Guglielmo Marconi, che Spini invece rivela con dovizia di particolari. Intanto ci chiediamo: cosa c’entrano questi episodi con le vicende pentecostali? Le notarelle del Rinaldi non erano forse “sottolineature pertinenti alla storia pentecostale”? In ogni caso: Spini sostiene che Marconi fosse passato al cattolicesimo per opportunismo politico, che Mussolini premiò successivamente, facendo Marconi presidente dell’Accademia d’Italia. Rinaldi non è d’accordo. E di questo prendiamo atto. Ma poi scrive un vero e proprio panegirico di Marconi:

Guglielmo Marconi fu il genio che incontestabilmente è stato, persona e scienziato ben al di sopra di pruriti e raccomandazioni. Ce ne fossero ancòra come lui a reggere le nostre accademie e università! Ve ne fossero ancòra uomini e studiosi come Giovanni Gentile a reggere i nostri Ministeri! Io sono sincero e non esito a dire a chiare lettere che li rimpiango: non guardo il loro distintivo, guardo la loro levatura, proprio come oggi conviene guardare ai distintivi e non alla levatura al fine di non scoppiare in lacrime.

Questo passaggio nostalgico non ci piace affatto. Ma va bene così. Noi, viceversa, avremmo preferito Salvemini ancora all’Università negli anni del fascismo, in un paese senza fascisti, e Benedetto Croce Ministro della Pubblica Istruzione! Avrebbero fatto certamente scintille, ma perlomeno avremmo avuto un pensiero spirituale privo di opportunismi e pose muscolari da primi della classe.

Anche perché, leggendo con attenzione il volume del Prof. Rinaldi, Una lunga marcia verso la libertà. Il movimento pentecostale tra 1935 e il 1955, Chieti Scalo, GBU 2017, pp. 307, abbiamo riscontrato come queste pose da “Accademico d’Italia” siano davvero fuori luogo. Si tratta infatti di un lavoro compilativo e riassuntivo di tutta una serie di resultanze fin qui disponibili intorno a una parte di storia del movimento pentecostale italiano, senza una vera e propria interpretazione originale da offrire al lettore. Né può essere di qualche utilità ad altri studiosi della materia, giacché esso risulta privo quasi completamente di quei riferimenti necessari a chi voglia riscontrare e vagliare la veridicità delle affermazioni riportate. Tenuto altresì conto delle non poche interpretazioni singolari di storia contemporanea e delle carenze importanti in ambito bibliografico, non possiamo non rilevare come questo saggio non sia davvero il volume fondamentale che il movimento pentecostale chiedeva. Spiace dirlo: dobbiamo ancora attendere! Nel frattempo ci teniamo strette le riflessioni di un grande storico italiano: Giorgio Spini!

Stefano Gagliano

Fonte: rivoluzionedemocratica.it

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